Tassa sui pacchi in arrivo: quando è obbligatorio pagare e come funziona il contributo richiesto

Tassa sui pacchi in arrivo: quando è obbligatorio pagare e come funziona il contributo richiesto

Lorenzo Fogli

Gennaio 25, 2026

Negli ultimi tempi si è acceso un dibattito piuttosto vivace intorno a un nuovo contributo che grava sulle spedizioni di pacchi provenienti da e-commerce esteri, specialmente quelli fuori dall’Unione Europea. Parliamo di una tariffa fissa, pari a 2 euro a spedizione, che va a incidere sui costi di consegna per chi compra regolarmente dall’estero. Non senza qualche dubbio: gli addetti ai lavori e i consumatori mostrano perplessità, visto che la normativa è ancora in divenire e le modalità di applicazione non sempre saranno identiche dappertutto. Da sottolineare: questa tassa si applica solo a specifiche tipologie di spedizioni, non a tutte. Così, per schiarire le idee – che pure non sono semplici – abbiamo raccolto le informazioni più aggiornate e dettagliate, per dare un quadro concreto a chi spende nel mercato digitale internazionale.

Il meccanismo della nuova tassa e chi è coinvolto

Dal 2026 si introdurranno nuove regole, seguite da una norma inserita nella Legge di Bilancio, che prevedono un contributo obbligatorio di 2 euro su certi pacchi importati tramite e-commerce in Italia. Serve a far fronte ai costi amministrativi e al controllo doganale, dato il crescente numero di piccoli pacchi dall’estero. Non si tratta di un’imposta da pagare sul prodotto stesso, ma di un costo extra per sdoganare i pacchi. Attenzione però: l’implementazione pratica potrebbe ancora cambiare, perché l’Agenzia delle Dogane ha previsto un periodo transitorio fino al 15 marzo 2026. Durante quel periodo, eventuali errori nell’addebito – o ritardi – non verranno sanzionati.

Tassa sui pacchi in arrivo: quando è obbligatorio pagare e come funziona il contributo richiesto
Tassa sui pacchi in arrivo: quando è obbligatorio pagare e come funziona il contributo richiesto – bisso.it

Il contributo si applica a pacchi il cui valore dichiarato è sotto i 150 euro, soglia sotto la quale di solito non si pagano dazi doganali, anche se qualche controllo è comunque obbligatorio. Non è sempre facile capire questo dettaglio se non si lavora nel commercio internazionale, però è il motivo per cui a volte scatta la tassa. Insomma, chi riceve un pacco dall’estero sotto quella cifra deve metter mano al portafoglio per questo costo aggiuntivo, che potrebbe essere mostrato a parte o infilato nel prezzo totale, a seconda della piattaforma di vendita.

Abbonamenti, imballaggi e l’incidenza sui grandi marchi

C’è chi si chiede come incida questa tassa sugli abbonamenti per le spedizioni. Va detto: quasi sempre, gli abbonamenti coprono solamente la spedizione commerciale, quindi il contributo doganale di 2 euro rimane un costo extra che non viene automaticamente coperto. Fatti confusione? Non mancano, specialmente fra chi fa ordini ripetuti da siti stranieri e si aspettava un prezzo di consegna fisso.

Dal punto di vista ambientalista, nel 2026 arriveranno novità sul contributo relativo ai materiali di imballaggio. Le aziende dovranno versare una quota per sostenere la raccolta e il riciclo, ma questo – attenzione – non si tradurrà in un costo fisso per i clienti. Potremmo avere qualche lieve variazione sui prezzi di certi prodotti, ma non una tassa aggiuntiva come quella che grava sulle spedizioni.

C’è poi la questione dei grandi nomi del fast fashion e le piattaforme che movimentano milioni di pacchi di basso valore, come vari player emergenti. Per loro, una tassa fissa può incidere sulla convenienza degli acquisti più economici. Però la tassa è uguale per tutte le spedizioni dai Paesi extra-UE che rispettano i requisiti, senza privilegi o sconti per certi marchi. Insomma, un cambiamento che rispecchia un trend più ampio dell’e-commerce italiano: abituare il consumatore a considerare non solo il prezzo del prodotto, ma anche i costi aggiuntivi legati all’importazione e – diciamo – alla sostenibilità.

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