Pensionamento nel 2026: le nuove condizioni per uscire dal lavoro e cosa aspettarsi

Pensionamento nel 2026: le nuove condizioni per uscire dal lavoro e cosa aspettarsi

Franco Vallesi

Gennaio 26, 2026

Nel 2026, tanti lavoratori over 50 si trovano a riflettere – con una certa attenzione – sull’opportunità di lasciare il lavoro. Cambiano poco alla volta le regole previdenziali, ma con effetti piuttosto concreti: ecco perché diventa importante capire quali possibilità reali ci sono per andare in pensione. Le finestre di flessibilità che si chiudono, insieme al previsto ritorno degli adeguamenti legati all’aspettativa di vita, influenzano parecchio le scelte pratiche. Chi ha seguito almeno un po’ le dinamiche del sistema previdenziale italiano, sa che i requisiti di pensionamento variano a seconda dell’età, del tipo di contributi versati e della posizione lavorativa. Nel mezzo di questa fase di passaggio, scoprire le diverse strade per uscire dal lavoro aiuta a capire meglio limiti e opportunità davvero disponibili nel 2026.

Le principali vie per uscire dal lavoro: pensione di vecchiaia e anticipata

Parlando di pensione di vecchiaia, nel 2026 serviranno 67 anni e almeno 20 anni di contributi. Un caso su tutti: chi è nato nel 1959 e compie questa età entro l’anno. Il vero problema sta soprattutto per chi ha avuto carriere a singhiozzo: spesso l’assegno minimo richiesto – simile all’assegno sociale – rappresenta un vero scoglio. Accanto alla pensione di vecchiaia, la pensione anticipata resta la scelta preferita da molti. I requisiti contributivi impegnano parecchio: uomini con 42 anni e 10 mesi, donne con 41 anni e 10 mesi, senza limiti d’età. Strada più battuta da chi ha avuto continuità lavorativa, tipica per chi ha iniziato negli anni Ottanta.

Pensionamento nel 2026: le nuove condizioni per uscire dal lavoro e cosa aspettarsi
Pensionamento nel 2026: le nuove condizioni per uscire dal lavoro e cosa aspettarsi – bisso.it

Chi invece ha cominciato a lavorare più tardi o ha avuto un percorso meno lineare, può pensare alla pensione contributiva a 71 anni. Quote disponibili per chi ha più di 5 anni di contributi versati dopo il 1995. Meno conosciuta, ma importante per chi ha carriere segnate da contratti bassi o intermittenti. Nel 2026 interessa chi è nato nel 1955, spesso in condizioni lavorative meno stabili. Ecco un altro punto da non dimenticare: l’Ape Sociale, misura che permette l’uscita anticipata per categorie più svantaggiate, come disoccupati o caregiver, a patto di avere almeno 30 o 36 anni di contributi e un’età minima di 63 anni e 5 mesi.

Le tutele per categorie speciali e le prospettive future

Nel sistema previdenziale italiano ci sono norme che guardano ai lavoratori con condizioni particolari. Chi esegue mansioni gravose, ad esempio, può andare in pensione a 66 anni e 7 mesi, con almeno 30 anni di contributi. Chi svolge lavori usuranti rientra nella regola della quota 97,6, calcolata sommando età e contributi in modo più vantaggioso. Aggiungo che chi ha un’invalidità pari o superiore all’80% può anticipare l’uscita, con limiti d’età abbassati: 61 anni per gli uomini, 56 per le donne. Diverse aziende – soprattutto nel Nord Italia – stanno già programmando uscite anticipate per chi fa lavori gravosi, muovendosi più avanti rispetto alla scadenza del 2026, anno del riallineamento ai 67 anni, come previsto dall’Europa.

I liberi professionisti e i lavoratori dipendenti di aziende con almeno 15 dipendenti possono contare sull’istituto dell’isopensione. In pratica, permette l’uscita fino a sette anni prima del pensionamento ordinario, previa intesa con l’impresa. Questo strumento è più presente nei grandi centri urbani, dove ristrutturazioni o crisi industriali sono più frequenti. Chi segue da vicino i cambiamenti sa che il 2026 è solo un punto intermedio su una strada che porta a età pensionabili sempre più alte. Diverse stime parlano infatti di 70 anni entro i prossimi anni, mettendo l’Italia ben sopra la media europea, che si aggira intorno ai 64 anni.

Il contesto demografico e del lavoro, poi, non aiuta granché: aspettativa di vita in aumento, occupazione giovanile ancora bassa. Risultato? Si tende a restare più a lungo in attività lavorativa, cosa che pesa sulle scelte personali ma anche sulle politiche pubbliche. Il quadro d’insieme richiede quindi una valutazione scrupolosa delle opzioni previdenziali, guardando non solo ai contributi versati, ma anche allo stato di salute e alla propria situazione sul lavoro – aspetti molto rilevanti per capire quando davvero conviene andare in pensione.

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